Riflettiamo sul lavoro con l'intervento che Stefano Tassinari, vicepresidente Acli nazionali, ha scritto per "Luce e vita"
Parlare di festa di fronte ai tanti caduti del Covid 19, sembra assurdo. Tanto più del lavoro, sempre più a rischio, ma la questione cambia radicalmente se si recupera il senso vero della festa.
Ancor più il senso cristiano della domenica vive la festa non come mera evasione della realtà.
Solo una società che insieme sa riconoscere senso alla fatica, al dolore e quanto insieme riesce a costruire e a custodire sa farsi comunità che possiede i due ingredienti fondamentali per vivere e sopravvivere: la capacità di riconoscere il vero valore delle singole cose, innanzitutto di quelle non riconducibili in toto e sempre a un qualche prezzo di un qualche mercato, e, di conseguenza il coraggio di lottare per qualcosa che vale davvero la pena.
La Festa del Lavoro nasce, alla fine dell’’800, proprio come giornata di lotta collettiva, come festa per affermare diritti, dignità, riscatto dallo sfruttamento.
Festeggiare il lavoro deve essere il primo nostro impegno perché significa interrogarsi collettivamente su quanto sta scritto nell’articolo 4 della nostra Costituzione: il dovere di ognuno di contribuire con una propria attività e funzione al progresso materiale e spirituale comune. La fatica, i successi, le innovazioni tecnologiche e scientifiche, la tanta ricchezza creata da generazioni, mai così grande nella storia dell’umanità, nel lavoro di oggi acquisiscono e ci portano in dono quale società e quale progresso? E come invertire la rotta, come trarre dalla tragedia una capacità di svoltare verso un’economia e uno sviluppo diverso, capace di riequilibrare e riconciliare il rapporto tra umanità e natura, tra umanità e umanità, tra generazioni presenti e future?
La pandemia lascerà sul campo dopo tante vittime una forte depressione.
C’è la forte probabilità che prevalgano ancora una volta i furbi: la speculazione, le mire geopolitiche, l’avidità e lo stra-arricchirsi di pochi beneficiari di redditi per lo più non guadagnati, l’economia che estrae valore a favore di pochi, a scapito di quella che lo produce e distribuisce nelle comunità; e forse addirittura qualche mira post democratica, che svolta all’indietro.
Non sarà così se il nostro fermo impegno sarà convocare le nostre comunità civili ad una diffusa e popolare opera di discernimento capace di indurre le scelte politiche ed economiche a svoltare verso una strategia radicalmente nuova, una visione che potremmo dire quasi strabica.
Strabica perché, da un lato, persegue la strada della solidarietà e della distribuzione della ricchezza (orfana da qualche decennio di una vera riforma della fiscalità globale e della finanza, all’altezza di quella statunitense degli anni ’30), senza la quale nessun new deal ha manco le gambe su cui reggersi, e dall’altro lato, perché non si limita d investire, ma lo fa scegliendo un economia non più costruita sul consumare e distruggere risorse, naturali e sociali, facendo del lavoro solo un costo, ma impostata sulla centralità della cura di noi stessi, dell’ambiente in cui viviamo, di quello che le generazioni hanno costruito. Il prendersi cura di quello che vogliamo e possiamo essere come persone, comunità e pianeta, insieme, meno consumisti e superflui e più capaci di essere contenti di quello che conta veramente.
Ma sarà così solo se riscopriamo il valore della festa, e del fermarsi a benedire e fare tesoro del lavoro, grazie al quale, nella prossimità al dolore e ai morti, si vedono tante persone comuni che lottano, che resistono, che insistono con il proprio operare, spesso gratuitamente come volontari, che tengono quotidianamente in piedi la speranza del domani di tutti noi.
Un domani che possiamo insieme rendere inedito nel suo essere migliore, almeno quanto è inedito l’oggi con il suo carico di dolore e di smarrimento.
Stefano Tassinari
Vicepresidente nazionale ACLI





